Havor Treblinka

Outland Juarez (Verde Rivista)

Illustrazione di Littlepoints…

1988
Dondola, dondola l’altalena del dispiacere.
A essere medio si sta a terra su un piede.
Nella piazza della Rivoluzione è giorno di mercato.
La Ninfa e Vasyl passano in silenzio tra le voci e i corpi della gente. La Ninfa si guarda intorno. «Andiamo al Cafè de l’aède», dice.
Passano attraverso i tavolini esterni disposti in fila. Entrano e la Ninfa fa segno a Vasyl di guardare verso il fondo del bar: un uomo con gli occhiali da sole è seduto nel punto più oscuro della sala.
Vasyl s’accorge che la Ninfa sta tremando.
«Hai paura?», le domanda.
“I tormenti del giovane W. C. A. Hegel” in Nilo, capitolo 19, paragrafo 12.

All’ingresso della sezione Esecutori Puri della Clinica Salieri, si può ascoltare una voce femminile venire fuori dagli altoparlanti stereofonici installati nelle camere degli ammalati e annunciare: «La Clinica Salieri è lieta di accogliervi!». (Silenzio). «Nel corridoio ripetete continuamente la cadenza dei passi, perché non crediamo nella scomposizione, nella sincope o in qualche altra sporgenza delle ginocchia oltre l’asse del bacino». (Silenzio). «Il rospo appartiene al dottor Salieri, è il suo animale guida, il suo totem». (Silenzio). «Quell’uomo in camice verde, mediamente alto, capelli castani che digradano in un grigio tenue sulle tempie, lo sguardo compiaciuto, la voce ferma, il portamento aristocratico, il dottor Salieri vi ripugnerà e godrà nel percepire la vostra ripugnanza, egli sa di rappresentare per voi la pietra spaziale della Mecca, la piramide di Cheope, la Croce di Cristo, la Casa Bianca e la notte in cui San Pietroburgo fu espugnata dalla Rivoluzione». (Silenzio). «E sputare verso i propri subordinati, coloro che sono capaci dell’odio più vero e incondizionato di chi è senza memoria, e vedere questi uomini non poterlo ricambiare con la stessa amara medicina, lo riempirà di gioia».

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La zona in trasparenza (Altri Animali)

Il Gobbo entrò nel bar della stazione di Juarez del Sud. Era ancora notte. La televisione accesa sul televideo con le sue lettere gialle e verdi, grosse come scaglie di dinosauro. Vide l’esecutore (Subordinato di livello A del Centro per l’Impiego)avvicinarsi al bancone. Il barista era il solito cane (Subordinato di livello B del Centro per l’Impiego). Che prendi?, gli avrebbe chiesto il cane. Caffè, avrebbe risposto.
Conosceva lo stato mentale dell’esecutore, dovuto alle controindicazioni del farmaco Mnemo-1000, che di lì a poco lo avrebbe aiutato a dimenticare.

La voce dell’altoparlante della stazione annunciò il loro treno – ETR LOOP-253 prototipo della Ludwig&Emmett Corp., Reparto Ricerca e Ristrutturazione (RRR), affiliata alla Windmill Ltd. – e in quel momento gli sembrò di sentire la voce della madre e della sorella, ma subito coperte dal consulente del Centro per l’Impiego: «Dov’è tua madre?». «Morta». «E tua sorella?». «Morta». «Laggiù?». «No, quassù». «Sei stato tu?». «Sì».

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Favola (Verde Rivista)

Illustrazione di Claudia D’Angelo

Era lunedì. Il Traditore prese lo Scrittore sotto braccio e lo accompagnò attraverso il flusso della folla. Esordio perenne, cui segue la ricerca dei sensi, la fallacia delle ipotesi. Spiare la propria donna sperando che lo stia tradendo, pur di scrivere qualcosa. Cerchio infinito. E se fosse stato lunedì per sempre? Lo scrittore, quando sopravvenne il martedì (la storia dell’eternità si dimostrò un residuo di infantilismo), chiese se avrebbe potuto abbandonare la folla – dopo ventiquattro ore anche il più paziente sclera – e raggiungere un luogo solitario, una grotta in un monte caucasico – motivò: vorrei scrivere due o tre poemi micidiali. Il Traditore, autodefinitosi proiezione mimetica dello Scrittore, annuì.

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Dall’assenza (Neutopia)

Il vecchio Lotofago iniziò a narrare: «Alcuni degli uomini che sono ora qui tra noi raccontano che Elena era figlia di Nemesi. Quando Nemesi depose l’uovo che conteneva Elena, lo consegnò a Leda perché lo nascondesse e i Titani non potessero trovarlo. Leda lo custodì e, una volta dischiuso, lo mostrò a Tindaro, suo marito e re di Sparta, affinché insieme ne avessero cura.

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Mōch il cacciatore (CrapulaClub)

Da lontano la sacerdotessa parla con voce lenta a Mōch, il cacciatore fenicio. Gli chiede: «Che cosa resta?»
«Un sogno», risponde Mōch. Poi aggiunge: «Gli occhi non basteranno a riportarmi indietro, a un certo punto mi volterò e sarà tutto finito. Tutto ricomincerà».
«Questo tuo talento ti servirà quando anche tu passerai oltre», gli risponde la donna. «Conosciamo e non conosciamo che cosa stiamo cercando. Meglio tacere», l’ammonisce con calma e sibila in segno di silenzio.
Accade velocemente. La vertigine dura quanto basta. La sacerdotessa gli serra i polsi e le caviglie all’altare, imbeve un panno bianco nel vino di Samo e asperge la fronte di Mōch.
«Tu!» Dice il cacciatore, respirando a bocca aperta. «Non cambi passo, avanzi in verticale ascendendo. Tu, voci senza volto, voci su altre voci. E le voci dei piani inversi e collidenti, dei ricordi di dieci millenni, che non c’è abbastanza spazio per inventarsi un altro sogno».
Poi, resta a fiato corto.

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