È saggezza, saggezza di vita, somministrarsi per lungo tempo la salute a piccole dosi.
Umano, troppo umano – Prefazione
Battesimo dell’ombra nel fiume Sarno, – così bisogna immaginare le cose, come se potessero iniziare da qualunque parte – lo squadrone dei Macumba: «Non ci sono più spazi di libertà in questo paese, da nessuna parte, se non si canta in coro!»
La vedova. Iniziazione: paura.
La vedova: come la strega e il calderone e le erbe e le zampe di rospo, prepara la pappa di merdina.
La vedova: si cura della dimenticanza.
La storia si frammenta continuamente, si interrompe. Una scena può essere la vedova che cucina la brodaglia, la merdina, ma qui come movimento e ritmo, da una scena comune bisogna saltare a un’altra.
Dove siamo qui?
Città da cui proviene il reduce.
Il buco da cui egli è fuoriuscito, di cui riscopre ciò che aveva dimenticato, ogni volta che riscendendo ne ritrova un pezzo, ne riscopre un pezzo.
La Città è cambiata, il Palazzo dell’Ossimoro comanda, la vedova è morta. La signora se n’è andata a vivere al confine, nel palazzo da cui era stato defenestrato l’uomo. La signora: «Ma il desiderio di te, splendido Havor, della tua mite saggezza, questo mi ha tolto la dolcissima vita».
Gli uomini non si spingono mai oltre il trivio, tutt’al più vanno verso la stazione. Ma chi giunge in questa città lo fa solo per morire o per nostalgia. La bambina poi dirà che c’è una possibilità, alla fine dalla strada più larga del trivio, di trovarsi a Juarez del Sud.
Pare che sia tutto dovuto a quella cosa indefinibile – “il senso delle cose”. Il mio ruolo mi impone minuzia di dettaglio e pazienza. Il senso, dunque, è questa cosa. L’universo è popolato da cose stabili. Una cosa stabile è un insieme di atomi che è abbastanza permanente o comune da meritare un nome. Gli atomi – in quanto intermediari: il mondo segreto lontano dal Palazzo dell’Ossimoro, dall’Epigonato, dal Palazzo degli Ultimi giorni, dall’Erebo, dal Topo e dallo zingaro.
Quando appare, è stato già defenestrato (sei gradini, due alla volta, solo gradini pari, divisibili), e per questo è reduce, ha bisogno di recuperare la memoria. Si manifestano pareri durissimi: chi enumera proposte quanto più violente e spietate, tanto più è applaudito dai nemici del reduce.
Il fatto è che i sogni tranquilli si vogliono sognare tutte le notti, notte dopo notte.
Il giorno dopo non si ha nulla cui pensare. Il giorno dopo è solo il giorno dopo quello che c’è stato prima, una sua continuazione, una protesi. Una finzione. Sotto c’è altro che spinge, che chiede, esige, percuote le ombre.
La memoria è la più crudele.
Ma chi giunge in questa città lo fa solo per morire o per nostalgia. La bambina poi dirà che c’è una possibilità, alla fine dalla strada più larga del trivio, di trovarsi nella Juarez del Sud.
Da qui excursus sull’uomo che si presenta come il reduce.
La sua storia attraverso un buco, poiché ci sono cose che non hanno una fine giustificabile, possono essere accidenti o fatti che, pure vissuti, si vogliono recidere, la cui unica soluzione è il taglio del nodo gordiano. Fatti che una volta lacerati, sbrindellati, spezzettati, tornano a galla come ritagli di carta che fluttuano nella pozza d’acqua della memoria. Questi pezzi restano tali: frammenti che emergono come visioni di un passato indimostrabile. Ricordi del reduce. Sottrazione del motivo. I frammenti pur ricostruendo una parte della storia del reduce, lasceranno qualcosa in sospeso, poiché parte di ciò che si vive (organicamente) si perde, non è più possibile tirarlo fuori. L’unità è possibile solo nel divenire, non nella stasi. Dunque bisogna parlare. Parole su parole, costruzioni di intenzioni inconcluse, che giungono alla saturazione e esplodono.
Vivere sì, ma solo dopo le parole.
Chi giunge in questa città lo fa solo per morire o per nostalgia. La bambina poi dirà che c’è una possibilità, alla fine dalla strada più larga del trivio, di trovarsi a Juarez del Sud.
Infine tutto è narrato dall’ombra: «Perché da quando sono svaniti, – oh le pietre preziose che si nascondono sottoterra, e i fiori dischiusi! – e non è noia! e la Linguamozza, la priora, che accende la sua brace nel vaso di terra, non verrà mai a raccontarci quello che lei sa, e che noi ignoriamo»