Erano venuti fuori dal riflesso di un incendio tra i frammenti di uno specchio.
A sud di Juarez del Sud i racconti erano fenditure nel buio.
Quella notte il nonno stava riprendendo un racconto lasciato inconcluso la notte precedente: «L’ombra che mi teneva per i capelli mi costrinse a sporgermi oltre il bordo della paratia dell’imbarcazione. Allora vidi l’Erebo da vicino, la voragine da cui si diceva che tutto avesse avuto inizio. Dal fondo dell’Erebo si alzava il fetore della morte. Non ne fui disgustato. Morire è il passaggio, mi dissi».
Il nonno non ci aveva autorizzato a sporgerci oltre la ringhiera del balcone, ma in qualche modo le sue epifanie supplivano all’esperienza diretta. Le parole ci facevano vedere là dove non si vedeva niente.
Chiedemmo al nonno che cosa fossero le ombre.
E il nonno ci rispose: «C’è chi vede la presenza nell’assenza».
E noi due in coro: «Possiamo parlare con loro?».
E il nonno: «Non si curano della morte. Eppure conoscono il buco di Juarez del Sud, dove tutti saremo gettati».
Allora domandammo che cosa fosse Juarez del Sud.
La risposta del nonno non ci lasciò motivo di replica: «Nessuno lo sa con esattezza».
Il nonno dice che la storia gliel’ha raccontata Vasyl, l’amico di Judas: «In quel coagulo di tempo, definito 1988, in cui il male aveva perso la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è – la proprietà della tentazione –, sull’isolotto nel centro esatto del Delta del Sarno, l’Anfizionia vegliava in silenzio su Juarez del Sud e sul condannato, il sacrificabile, conosciuto col nome di Judas». Il nonno guardava oltre la ringhiera del balcone verso il bagliore che da giorni illuminava da lontano la città. Ci accarezzò e disse: «Avrei potuto essere infelice liberamente. Poi quel tempo è passato. Arrivarono uomini a blandirci: “L’infelicità è di nuovo un male”. La città inizio a svuotarsi e il vuoto attirò l’Anfizionia. Perché in qualsiasi modo si ristabilisse l’ordine dal caos, generato dalla fuga dei Signori, l’Anfizionia convocò in segreto Hristo Treblinka, l’infame, il boia, quel Hristo Treblinka che, irretito dalla voce dell’Anfizionia, dopo che questa gli ebbe mostrato le cose per ciò che erano e sarebbero state, qualora avesse deciso di portare la sua opera al di là della sua sfilza di insulsi omicidi privati e di allargare il suo orizzonte all’omicidio politico, e averlo edotto sul suo lucente futuro, arrischiò fin da subito la richiesta di un suffragio universale del male, richiamando ai loro antichi fasti tutti i bohémien, i vagabondi del dahrma, gli esuli della Grande Guerra, la feccia nazista, gli scarti democristiani, la mafia e la pedofilia talare, a tentare Juarez del Sud».
Erano frammenti della sua vita, epifanie dell’attimo e del ricordo. Racconti in frammenti, liberi da ogni forma prescritta. Così il nonno ci stava insegnando a educare l’intuizione. «Fu allestito l’Asilo dei figli di nessuno: tutti i bambini sottratti alle madri appena sgravati nel mondo. Il sistema rituale non era complesso e non richiedeva più di un sacrificio annuo. All’ospedale civile, i neonati restavano la prima settimana in un’ala del reparto di ginecologia. In seguito, i medici li affidavano a un commando di nutrici silenziose dell’Asilo, le Linguemozze. Vestivano lunghe tonache nere, sotto restavano nude. Il loro ruolo era transitorio: nutrire e educare i bambini per cinque anni, insegnare loro i primordi della scrittura e della lettura, e a pronunciare correttamente il nome della loro futura madre adottiva. Poi il rito prevedeva che i Signori, prelevato un bambino, lo conducessero in corteo alla Morgue: lo avrebbe accudito fino al giorno in cui l’educazione all’orrore della vita mostruosa non lo avesse ucciso. Come tutti sperarono, fatta eccezione per la Linguamozza priora, il tributo non durò a lungo. Nessuno sopravvisse. La Morgue scomparve. Prima di disperdersi, i Signori di Juarez del Sud le resero l’ultimo tributo. Fu l’imprevisto a suggerirlo. Infine si nascosero insieme ai loro sodali, le puttane di Pappas e del Greco, i Cazzi e i Macumba. Le loro incursioni si limitarono alla fogna, mentre in superficie nuovi signori occuparono la città e instaurarono un nuovo terrore a Juarez del Sud. L’assoggettamento durò pochissimo. La gente di quella città è nata prona e così morirà».
Domandammo che cosa fosse la Morgue.
La risposta del nonno non ci lasciò motivo di replica: «Nessuno lo sa con esattezza».
Continuò: «C’è ancora una cosa perché il racconto non resti incompiuto. Il gioco è questo, non un altro. L’equilibrio di forze in apparenza equivalenti, quella cosa chiamata la Compagnia dei Signori e poi la Legge – tutto ciò ora non può essere altro che materia di rimpianto. Il rimpianto però», disse il nonno con filo di voce, «è un lusso che non possiamo permetterci».
Sfilò dalla tasca un foglietto piegato in quattro. Lo aprì e lo stese. Ci fissò per un istante e forse per provare la nostra tempra ci disse che il sonno degli uomini è senza preoccupazione o, forse, lo disse soltanto perché il rimpianto lo stava divorando vivo. Poi ci lesse questa lettera:
Fratello Judas,
come in ogni genesi, il primo gesto non appartiene al fondatore ma al narratore. Rassegnati: soltanto io posseggo la chiave di questa parata selvaggia. Tu – muori o passa oltre, se ne vuoi sapere di più.
Non morire ancora, poiché questo è il modo in cui accadono le cose: tutto si dispiega davanti agli occhi dell’osservatore, che non vede niente.
Queste sono le storie di ciò che una volta divenuti, siamo. Chiudi gli occhi e pensa con tutte le tue forze a qualcosa di bello.
Vasyl
Il nonno ripiegò la lettera e se la rimise in tasca. «Non vede niente, perché non riconosce niente», balbettò tra sé, quel tanto che bastava perché lo sentissimo. Poi ci ordinò di andare a dormire, la notte era profonda e certi incubi non erano facili da tenere distanti. Lo baciammo e un istante prima di andare ci sussurrò: «Morire è sognare di morire!»