Nel gioco della memoria – tra analogia e alienazione, mi dissi, non c’è differenza.
Ciò che io ricordavo da sveglio, l’altra dimenticava nel sogno.
Divenimmo Dioscuri del sogno: quando uno sognava, l’altra viveva e, quando l’altra smetteva di vivere e varcava la soglia del sogno, il primo tornava a vivere. Fu tremendo, ma ineluttabile.
Vasyl si guarda intorno, nella stanza vuota e ampia c’è solo un letto, sulle pareti l’intonaco è scrostato.
«Dove siamo?».
Zelda sorride: «Nessuno può dirlo».
«Qualcosa ritorna», fa il ragazzo. Il pensiero si sposta più avanti, muovendo verso gli occhi, e poi di nuovo indietro, come se si fosse perso, e ancora disperatamente verso gli occhi. Qualcosa, che non sa che cosa sia, ritorna. «Il pensiero di nuovo mi sfugge, e ancora si ripresenta. Qualcosa, che non so che cosa sia, ritorna, ma non riesco a trattenerlo. Il pensiero scompare. Che l’abbia già dimenticato? Che cos’è un corpo se non posso ricordare? Questo è il corpo: un pezzo di carne in caduta».
«Dove siamo?», la mia voce risuona negli anditi luminescenti di Janka sul confine, là dove le ombre si scuotono e la luce è un riverbero della presenza di Janka sul confine e del movimento del suo abitante.
L’uomo dalla testa di cavallo dice di stargli sempre dietro, «non seguire la voce che chiama il tuo nome, non fidarti dell’ombra che ti tende la mano».
All’improvviso sentii un rantolo come di uomo soffocato, era troppo tardi: le ombre erano ormai sulle mie tracce.
A quel punto mi sembrò di galleggiare.
Quando Vasyl riapre gli occhi, Zelda gli sta sorridendo. Non è un’ombra. Le labbra sono sottili lame di carne, gli occhi castano chiaro puntellati di grigio. Il ragazzo le sorride.
Ascolta, mi sussurra, una volta un uomo disperso su una spiaggia ai confini del mondo, occultato al suo stesso ritorno, intagliò un idolo nel tronco di una palma e, a lavoro ultimato, lo incendiò. La palma impiegò un tempo indefinito a bruciare. L’uomo non mangiò né bevve, attendendo che il fuoco arrivasse a consumare l’idolo inciso all’interno. E quando, dopo un tempo incalcolabile, del suo idolo non rimasero altro che le ceneri, nulla era cambiato. Seduto sulla riva gemeva come sempre disperandosi con lamenti, mentre guardava piangendo il mare infecondo.
E se Zelda fosse soltanto un imprevisto, un caso venuto dalla folla di ombre che si aggirano là fuori? Se Zelda fosse anche lei soltanto un’ombra che ha condensato la materia instabile della luce e se n’è fatta un corpo, per fuoriuscire dalla folla e ora è cacciata dalle altre ombre?
Andammo avanti così per alcuni mesi. A turno ci saremmo raccontati di nuovo le stesse storie – nulla sarebbe andato perso, se non fosse stato che ogni palazzo di Janka è un’ansa del mio cervello. Ogni strada un’idea, ogni piazza un pianto.
Eppure Janka non è bastata a colmare il caos generato da lei che mi ha inventato e dimenticato.
Siamo tutti, chi più chi meno, il ricordo di qualcuno. Soltanto il sogno redime.