L’ospite

L’unica compagnia è una mosca. Mi piace immaginare che sia sempre la stessa, che ogni giorno, quando apro la finestra per lasciare passare un po’ di aria, entra in casa a vagliare lo stato delle cose.
Non le ho dato un nome, per non affezionarmi. La vita richiede un sacrificio per perpetuarsi e i nomi si frappongono troppo spesso al suo scorrere. Non ne le chiedo come sta, non le offro cibo, come si farebbe per un ospite cui si deve rispetto. Mi basta seguire il suo volo da una finestra all’altra. In condizioni normali la caccerei per istinto e per psicosi, il deragliamento dell’istinto.
Ora invece le sono affezionato, perché la mosca viene da fuori, da quello spazio che il mio corpo non può occupare e nel quale si getterebbe a capofitto, se non avesse questi freni, che richiedono pazienza. A che cosa obbedisce la mosca? A niente? Perché la mosca non è neanche una metafora, perché sfugge a me e alla mia casa, vi entra perché vuole uscirne. Perché la mia casa è un passaggio. E io, non riesco a farmi mosca. La letteratura della fine mi sta tradendo? La letteratura mi ha posto davanti all’evidenza del fatto tragico per eccellenza, che i greci del fatidico V secolo a. C. – il secolo della Peste che non gli permise di fare avanzare il sogno democratico di Pericle, che scosse quella cosa tremenda che è la democrazia, quella cosa instabile – nascondevano perché ne deploravano l’evidenza. Perché ciò che è evidente non può essere narrato, non può essere finto? Come io ora non posso narrare la mosca, non posso nascondere dentro il suo passaggio una trasformazione, come a dire un significato? Posso vedere la mosca e pensare la mosca, seguire la mosca nei suoi salti e nelle sue svolte improvvise, immaginare che i suoi occhi stiano vedendo ciò che vedo io, perché io sto vedendo ciò che vede la mosca, per quanto la mosca continui a essere soltanto mosca, insetto deplorevole, sporco nel nostro umano sistema di pulizia e di mantenimento delle norme igieniche minime per il benessere del nostro stato delle cose.

A quale forma attingeremo per narrare, quando riusciremo a farlo, per tornare a narrare ciò che ora si sta narrando sotto i nostri occhi da sé, che attraverso i milioni di informazioni si sta narrando, questo libro di delirio purissimo, che parla di fratture, di frammentazioni, di “singolarizzazioni” di intere comunità (che queste siano piccole comunità spesso dalla tendenza oppositiva forte, verbalmente forte, come può essere forte la morte delle loro stesse categorie dalle quali parlano, o che queste siano grandi comunità, città-stato come l’antica democratica Atene, impossibilitate a dare speranze che non siano repressive per democrazia, perché anche questa è una categoria morta)? Saranno narrazioni di realismo (neo-neo-realismo della post-verità implosa) o fantastiche (generi che si ibridano e chiedono alle voci che ne abusano di essere altro)? Saranno narrazioni collettivizzanti, per ridare la speranza che Atene risorga anche e soprattutto dentro le sue narrazioni, dentro il suo sogno democratico, o saranno narrazioni depauperizzanti, mistificanti, che taglieranno o avranno già tagliato la collettivizzazione e quindi la compartecipazione del dolore vissuto e narrato dal vivo, che ora si narra davanti ai nostri occhi o davanti ai nostri schermi, come protesi dei nostri occhi?
Tutto continuerà a essere ridotto a due. Pro e contro. Mentre siamo sulla stessa linea di confine e non sappiamo che cosa c’è dell’altra parte. Contro e pro. Di che cosa? Delle narrazioni virtuali da postazioni virtuali? Delle opinioni virtuali? Grida virtuali di intelletti virtuali? Pro e contro – contro e pro: quale narrazione? Quale struttura? Quale genere e misura? Quale ritmo e parola? Pro e contro di una dinamica che ora si sta narrando e che ci sfugge continuamente di mano, sebbene le posizioni delle voci che narrano in tempo reale sembrano essere sicure di ciò che stanno narrando, che a sua volta è dettato da altre voci che narrano, che portano la loro narrazione tra pro e contro, tra parti in lotta, tra virtuale e virtuoso, e quindi lontano dalla narrazione, lontano dall’intuizione che richiede silenzio, meditazione, pazienza. Contro e pro – tutto e subito: “un po’ di categorie altrimenti soffoco” è il leitmotiv di queste narrazioni che si stanno innestando in una narrazione che è più estesa e incomprensibile, che corre così veloce che nessuno è in grado di starle dietro, neppure di porle dei limiti qualsiasi. Categorie: pro e contro. Vecchiume letterario. Perché sappiamo fare questo meglio di altro: raccontarci storie? Cogliere il fatto, l’attimo, il tutto e narrarlo in contro e pro – categorie?

Forse sarà la mosca a cercare narrazioni, a imitare categorie; forse entra in casa mia per spiare la mia vita, la mia singola vita, e portare poi tutte le informazioni nelle sue orbite e diffonderle al popolo delle mosche, che sta lì fuori la mia finestra e che ogni giorno manda una mosca esploratrice a capire come vive l’uomo nella sua paura e nella sua impossibilità di essere uomo, quando gli viene tolta la sua prerogativa, l’autoinganno della libertà e gli viene lasciato soltanto l’autoinganno della libertà di parola. Ma questa, che sia nel mondo degli uomini o delle mosche, è già letteratura.

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