È qui. Vola intorno alla mia testa. Lo ucciderò stavolta. È grosso e nero, fa schifo, si poggia sulle cose e le infetta. È libero, fa schifo.
È tornato. Morirà. È tornato. Non ha scampo. È tornato, tornerà e io immaginerò, come ho immaginato, che sia sempre lo stesso ospite, sebbene sarà diverso, sebbene morirà questo in attesa di un altro.
Parliamo di letteratura.
Mi dice nella sua lingua alata: «17 marzo. 17:00 – Rapporto MACRO-MICRO, veicolo e diffusione. L’idea più costante è l’imminenza. Qualsiasi cosa parla di imminenza e subito dopo di permanenza».
Rispondo: «28 marzo. 18:00 – Che la quarantena estingua i generi letterari e non alimentari».
Incalza: «30 marzo. 09:18 – In sostanza come fare a pararsi il culo guardando al modo in cui altri tentano di pararsi il culo (ad libitum). Non una soluzione o una proposta di soluzione. Soltanto pubblicità e selfpublishing della propria insulsa vita, che si vorrebbe far passare con umiltà per qualcosa in più. Non è l’umanità che manca, umanità è un concetto stupido per stupidi idioti, che credono che ad esempio umano sia diverso o migliore di/da animale».
Telepaticamente suggerisco: il pensiero è virus (ecco le lingue che allappano e si preparano al cunnilinguo borroughsiano) e questa cosa fa dell’uomo l’animale serbatoio che non riesce a infettare altra specie che se stessa.
E poi lo uccido.
L’ospite #2