Due opere: Kiš, “Clessidra”; Moresco, “Gli increati”.
In entrambe un elemento è sfuggente, ovvero c’è un fatto che manca, la questione insondabile che spinge a scrivere. Si scrive dell’assenza più di quanto si scriva della presenza. Si riempie l’assenza con l’intreccio. La congerie dei fatti, il flusso degli eventi, inducono alla consapevolezza di essere giunti da qualche parte. Dove si è giunti? Pragmaticamente, alla fine del libro; i fatti parlano sempre chiaro. Eppure, considerando la visione – il gesto iniziale di spinta, la propulsione alla scrittura – che cosa è accaduto? I fatti, pur nella loro chiarezza d’intreccio, non dicono tutto ciò che dovrebbero, poiché non possono dire ciò che non ha nome. L’assenza del nome, la costruzione intorno a questa assenza, è l’elemento che sfugge. Errata corrige: ovvero c’è un’assenza che parla, la voce insondabile che spinge a scrivere.
Qualcosa un po’ più specifico.

Kiš, “Clessidra”: su (almeno) due livelli. 1. I fatti, ricostruiti a partire da un documento estratto dal crogiolo della memoria, assumono la forma di qualcosa che potrebbe non essere mai accaduta, annullando di fatto il romanzo storico. 2. L’enumerazione delle cose sostituisce la narrazione degli eventi chiave, annulla di fatto il romanzo psicologico, e ciò che accade può essere considerato un riverbero dell’accumulo delle cose, degli oggetti, cui consegue un’identità frammentata, non più sanabile.
Tra questi due livelli (almeno) parla l’assenza, e così l’intreccio si estingue, divenendo la luce fioca nella stanza di E. Sam, che sente arrivare una carrozza nel freddo dell’inverno.

Moresco, “Gli increati”: un passo (almeno due) indietro. 1. Nei “Canti del caos” si assiste al tripudio dell’intreccio? Oppure alla sua dissoluzione attraverso continue metamorfosi? Sembra non mancare niente, sembra che l’incastro preciso delle personae agentes e delle res agentes debba condurre proprio al fondo del vortice, dentro il quale stanno precipitando personae e res. Pragmaticamente, è così. I fatti stanno parlando chiaro. Che cosa manca? L’assenza è una lenza sottile, con la quale si cerca di pescare lo squalo bianco, il romanzo postmoderno. 2. Ne “Gli esordi”, specificamente “Scena della festa”, che cosa sta accadendo? Si stanno anticipando i fatti dei “Canti del caos” e de “Gli increati”? Oppure è iniziata la pesca allo squalo? Può il grande squalo bianco essere pescato con una lenza così sottile, una lenza senza esca? Come adescare il grande mostro?
Due ipotesi (almeno): inutile scendere nei dettagli, in entrambe (in tutte, almeno) lo scrittore muore (fine dell’intreccio) e resta la sua voce, che parla di un’assenza.